In “Sei personaggi in cerca d’autore” Pirandello mette in scena figure che irrompono su un palcoscenico chiedendo qualcuno che dia forma alla loro storia. Pulsano di intenzione, ma senza un autore restano come frammenti incompiuti.
C’è, forse, qualcosa di pirandelliano nelle organizzazioni di oggi — attraversate da forze difficili da governare e abitate da persone che cercano un senso che sembra impossibile oggi comporre.
Fra queste forze, l’intelligenza artificiale è la più dirompente.
Non perché sia nuova, ma perché entra nel cuore dei processi decisionali, generativi, relazionali: analizza pattern comportamentali, predice trend organizzativi, genera contenuti, orienta scelte strategiche — con una velocità che ridisegna i confini di ciò che chiamiamo “competenza”.
La domanda non è più se adottarla, ma come abitarla senza esserne abitati.
Ma l’AI non è l’unica forza in campo. A un’incertezza strutturale si sommano tensioni psicosociali che fatichiamo a nominare, come per esempio le generazioni che convivono nelle organizzazioni e che sono più complesse delle etichette con cui le classifichiamo: non basta dire boomer o gen Z per comprenderne le faglie. E poi di come valorizzare professionisti senior ancora vitali in ecosistemi in cui la longevità (individuale e organizzativa) diverrà risorsa irrinunciabile. E più in generale come orientare le scelte di sviluppo che liberino il potenziale che ci serve per il mondo che ci chiama.
Potenziale: questa è la parola. In un contesto in cui le competenze tecniche invecchiano in mesi, ciò che serve — capacità adattive, pensiero critico, visione sistemica — si trova in uno sguardo capace di tenere insieme, nativamente, dimensione tecnologica e umana, e in cui una AI adulta più che tecnologia diventi, da una parte un “compagno” che supporta le persone nel quotidiano della loro employee experience, e dall’altra un “agente” che sostiene il lavoro di HR ed executives.
Procedere così verso la costruzione di una organizational intelligence piena e governata.
La domanda allora — che lasciamo aperta, come ogni domanda che valga la pena di essere posta — è se disponiamo di soggetti capaci di veicolare questa sintesi: partner forti che non vendano soluzioni, ma che sappiano abitare quella soglia (Limen) insieme alle organizzazioni e alle persone che la vogliono attraversare, dove la tecnologia incontra il senso.
Perché è proprio lì, in quell’integrazione ancora rara fra human e tech, che prende forma ciò che chiamiamo HumaniKa (Human + Tech): non un prodotto, ma una visione — la forma possibile delle organizzazioni del futuro.

Alessandro Donadio
CEO HumaniKa e Presidente centro studi HumanisTech
HUMANIKA ti aspetta al 55° Congresso Nazionale AIDP il 12 e 13 giugno a Padova.
“Il Coraggio della Competenza. Non è mai troppo presto, non è mai troppo tardi”
Questo Articolo è stato letto da 236 persone