DIREZIONE DEL PERSONALE 217 | L’ARTE CHE CAMBIA IL LAVORO

L’impresa come opera d’arte

Per molto tempo abbiamo pensato all’arte come a qualcosa di separato dal lavoro. Un lusso. Un abbellimento. Una parentesi estetica da concedersi fuori dall’ufficio, dopo le riunioni, lontano dai budget, dalle scadenze. Eppure, mentre le organizzazioni affrontano livelli crescenti di stress, frammentazione, perdita di senso e fatica cognitiva, proprio l’arte – nelle sue forme più diverse – torna a mostrarsi come uno degli strumenti più concreti per comprendere il lavoro contemporaneo e forse persino per salvarlo.

Non è una semplice suggestione. Le neuroscienze, la psicologia cognitiva e le scienze organizzative ci dicono qualcosa di molto preciso: gli esseri umani non lavorano bene quando sono continuamente compressi dentro logiche di controllo, accelerazione e iper-reattività. L’eccesso di pressione restringe il campo dell’attenzione, irrigidisce il pensiero, impoverisce la capacità di immaginare alternative.
Pier Luigi Sacco, nel contributo che apre questo numero, richiama il paradigma del predictive processing: il cervello umano funziona costruendo continuamente ipotesi sul mondo, frame interpretativi, aggiornandoli attraverso l’esperienza. Ma sotto stress cronico questa capacità di ricalibrazione si riduce. Il sistema cognitivo diventa meno flessibile, più rigido. È qui che l’esperienza artistica assume un ruolo sorprendentemente concreto.

Un’opera d’arte, un film, una musica, una fotografia, una scena teatrale interrompono l’automatismo percettivo. Ci costringono a rallentare, a tollerare l’ambiguità, a vedere ciò che normalmente non vediamo. In altre parole: allenano la flessibilità cognitiva.

Le neuroscienze contemporanee ci spiegano perché questo accade. Gli studi di neuroestetica mostrano che l’esperienza artistica non coinvolge soltanto le aree cerebrali deputate alla percezione visiva o uditiva, ma attiva simultaneamente sistemi cognitivi, emotivi e relazionali. La fruizione di un’opera mette in moto memorie, emozioni, simulazioni corporee, aspettative e attribuzioni di significato. Le ricerche sui neuroni specchio di Vittorio Gallese hanno evidenziato come, di fronte a un’immagine, a una scena teatrale o persino a una pennellata, il cervello umano tenda a “simulare interiormente” l’azione osservata. Non guardiamo semplicemente un’opera: in una certa misura la viviamo. È ciò che Gallese definisce embodied simulation, simulazione incarnata. L’arte, dunque, non coinvolge soltanto l’intelligenza astratta, ma il corpo, la memoria emotiva e la mente sociale. Questo aspetto è cruciale anche per il lavoro organizzativo. La collaborazione, l’empatia, l’ascolto e la capacità di leggere le emozioni altrui non sono soltanto competenze astratte: sono processi corporei e relazionali profondamente radicati nel funzionamento della mente umana.

Non è casuale che molte aziende innovative abbiano iniziato da tempo a lavorare su questi temi. La Pixar ha costruito parte della propria cultura organizzativa sull’incontro continuo tra discipline artistiche e tecniche, pensando gli spazi e i processi con l’obiettivo di stimolare la creatività collettiva. Steve Jobs, infatti (che la creò comprando nel 1986 la Lucasfilm), fece costruire il quartier generale con grandi spazi comuni per costringere registi, tecnici, sceneggiatori, manager, agli incontri “casuali” con l’idea che l’innovazione aumenti quando ci si imbatte in stimoli inattesi.

Brunello Cucinelli ha fatto della bellezza degli spazi e della dignità estetica del lavoro un elemento centrale della produttività. Aziende come Airbnb hanno utilizzato il design narrativo e la fotografia per costruire identità condivise e appartenenza culturale.

Anche il cinema è uno straordinario dispositivo formativo. Una serie televisiva, un’inquadratura o un dialogo ben costruito riescono spesso a mostrare le dinamiche del potere, della leadership e del conflitto molto meglio di molte teorie manageriali.

Lo stesso vale per il teatro. Il teatro non insegna semplicemente a parlare in pubblico. Insegna la presenza, l’ascolto, la gestione dell’imprevisto, il rapporto con il corpo e con lo spazio. La musica, poi, possiede una forza particolare: sincronizza. Numerosi studi neuroscientifici mostrano che cantare o suonare insieme aumenta la produzione di ossitocina e rafforza i processi cooperativi. Fare musica insieme significa imparare a respirare insieme, ascoltare il tempo dell’altro, trovare armonia  dentro la differenza, fino ad arrivare alla “sintonizzazione dei cervelli”. Non sorprende, allora, che molte ricerche neuroscientifiche abbiano osservato come le pratiche artistiche collettive riducano i marcatori fisiologici dello stress e attivino circuiti cerebrali collegati alla ricompensa, alla motivazione e alla regolazione emotiva. Durante la pandemia alcuni studi hanno persino mostrato che l’esperienza estetica poteva sostenere la resilienza psicologica durante l’isolamento sociale.

Ogni organizzazione produce immagini di sé, anche quando non lo sa. Gli archivi fotografici aziendali non sono soltanto documentazione storica: sono dispositivi identitari. Raccontano chi siamo stati, quali valori abbiamo incarnato, quali sogni collettivi abbiamo attraversato.

Esiste una bellezza superficiale, costruita per impressionare o decorare. Ma esiste anche una bellezza più profonda, quasi necessaria, che agisce come forza di ricomposizione dell’esperienza umana. Come ricordava André Breton, l’arte è una trasformazione della vita. E questa trasformazione non avviene soltanto nel cervello isolato dell’individuo: avviene nello spazio relazionale, simbolico e culturale che gli esseri umani condividono. In questo senso l’arte svolge una funzione profondamente sociale: amplia il campo dell’immaginabile perché ci mostra altre prospettive e ci può aiutare, nel contesto lavorativo, a pensare l’impresa come un ecosistema umano da coltivare. Come un’opera d’arte, appunto.

Dall’editoriale di
Maria Emanuela Salati

IN COPERTINA
Ombre sull’acqua in un giorno di fuoco.
Acquarello su carta. 20×25 cm.
Autore Max Santoro. Collezione privata.

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